Amare se stessi

Seconda lettera aperta al Ministro On. Marco Bussetti


Candido ufficialmente la European School of Economics a essere l’Istituzione pilota di questo nuovo corso e in prospettiva, a sollevare lo Stato dal compito di gestire l’educazione superiore del Paese

Quanto ci costa un Laureato?

Uno studente universitario costa al contribuente italiano 30.000 euro all’anno. un laureato, dopo un percorso lungo 7,7 anni, ne costa oltre duecentotrentamila. Considerato che uno studente per laurearsi impiega mediamente 7,7 anni, il numero di milioni necessario per “produrre” un laureato raggiunge e supera la cifra incredibile di duecentotrenta. Ma in aggiunta agli anni necessari per laurearsi vanno quindi aggiunti quelli necessari per inserirsi nel mondo del lavoro. Le statistiche OCSE, dei paesi più industrializzati del mondo vedono anche per questo parametro l’Italia all’ultimo posto con una media di tre anni dalla Laurea per cominciare a guadagnare il primo euro.

Un disastro moltiplicato per sessantaquattro

Se moltiplichiamo questo disastro per 64, tale è il numero degli atenei finanziati e gestiti dallo Stato, e per il numero degli studenti universitari iscritti abbiamo un’idea sia pure solo abbozzata della vastità del disastro e della perniciosità di un sistema che prepara la classe dirigente più provinciale e i laureati più vecchi d’Europa. Si capisce che per la sua gravità questo ritardo non si limita alla sfera accademica. Siamo di fronte al suicidio morale ed economico di un’intera nazione. A questi oneri vanno aggiunti i costi che gravano sulle famiglie italiane che, armate della pazienza di Giobbe, sono costrette a mantenere agli studi, e poi nell’attesa di un lavoro, un figlio per un decennio, un periodo tanto lungo da non avere eguali in nessun’altra parte del mondo.

La proposta al ministro Bussetti: chiudiamo metà degli atenei e mandiamo gli studenti a Cambridge o Harvard

Sembra inconfutabile che il laureato italiano è incompleto e a circolazione limitata, è un prodotto che attende sugli scaffali anni prima di trovare qualcuno disposto a comprarlo e che costa al contribuente oltre 230 milioni, senza contare i costi umani e materiali delle famiglie e delle imprese e senza considerare altri rilevanti costi figurativi, come gli affitti ed il mantenimento degli studenti fuorisede, avrebbe senso mandare i nostri ragazzi nelle più prestigiose università del mondo, proprio nelle più costose, ed essere certi che alla fine risparmieremmo migliaia di miliardi che allevierebbero la pressione fiscale. Non solo. Finalmente i nostri ragazzi si laureerebbero giovani, con un iter di tre o al massimo quattro anni, e si inserirebbero immediatamente nelle più grandi organizzazioni e imprese d’Italia e del mondo. Avremmo il vantaggio di alleviare la grave disoccupazione che piaga questo Paese, potremmo contare su giovani in posizioni manageriali e ruoli direttivi di prestigio internazionale, potremmo perfino richiedere loro, come avviene nei paesi scandinavi, di restituire gradualmente allo Stato le cifre investite nella loro educazione, a partire dal momento del loro inserimento in carriera.

La Rivoluzione Individuale

Caro Ministro, non si può aggiungere vino nuovo in otri vecchi. Nessuna riforma potrà funzionare e l’Università così com’è non può migliorare. Occorre una rivoluzione. Una rivoluzione individuale. Bisogna creare atenei e facoltà dedicati all’individuo. La battaglia dell’education, l’elemento strategico del futuro di ogni nazione, si vincerà con una flottiglia di piccole imbarcazioni, agili atenei, piccoli College e Campus, dove l’individuo sia al centro di ogni attività e la realizzazione del suo ‘sogno’ in cima ad ogni priorità. L’educazione di massa, gli atenei-alveare non possono farlo. L’educazione di massa appartiene all’età industriale, al capitalismo razionale, ha radici ottocentesche ed è un relitto della storia. L’educazione di massa non è educazione. Se è educazione non è di massa.

Candidiamo ufficialmente la European School of Economics a essere l’Istituzione pilota di questo nuovo corso e in prospettiva a sollevare lo Stato dal compito di gestire l’educazione superiore del Paese, La ESE ha la formula che armonizza stile italiano e cultura umanistica con il rigore accademico inglese e un vigoroso senso pratico sviluppato attraverso un programma di stage tra i più avanzati al mondo.

Il Diritto di scegliere il proprio Futuro

Nel nuovo scenario mondiale, con lo spostamento delle frontiere dell’economia, l’Università non può più limitarsi a fornire una preparazione accademica, fatta di titoli ed etichette vuote, né può astrarsi dal mercato del lavoro e, in generale, dall’ambiente che attende i giovani fuori dagli atenei. Come la ESE, un’università deve realizzare un ponte concreto tra la scuola e la carriera, deve essere strutturata ed organizzata per offrire ai suoi giovani tutti gli strumenti, conoscenze, abilità ed esperienze, per inserirsi a pieno titolo e appena laureati, in questi settori emergenti dell’economia. La ESE crede che un giovane debba scegliere il suo lavoro, e non essere scelto. E’ una libertà fondamentale, un diritto inalienabile dell’uomo. “Fai solo ciò che ami” è quindi la regola d’oro per la scelta dell’università e della facoltà. Conoscere il proprio ‘sogno’ e crederci con tutte le proprie forze.

Li affidi alla Ese

Gentile Ministro, cominci con affidare alla ESE mille giovani all’anno. Presso la European School of Economics essi potranno laurearsi in tre anni, non un giorno di più, imparare due lingue perfettamente, trascorrere un anno all’estero, fare esperienze di lavoro presso le migliori imprese, avviare la loro carriera a 22 anni invece che a 29, con il vantaggio di poter ‘scegliere’ il proprio lavoro. Il tutto a un terzo del costo di una università statale. Per mille studenti significherebbe un risparmio di 160 miliardi ogni anno.

Certo questo comporterebbe mandare a casa un po’ di accademici. Ma considerando che, tra gli altri primati, abbiamo quello dei docenti più vecchi del mondo, con un’età media di cinquantacinque anni, non dovrebbe essere difficile metterne a riposo un buon numero.

E’ una proposta di buon senso, di senso comune, la capirebbero tutti, ma si sa:‘nothing less common than common sense’.

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