Editorial Staff

Mondo Mimetico di Andrea Franzi


…. È bello scoprire che sempre più studenti-alumni, imprenditori di successo, film makers, artisti, coaches motivazionali e sympathizer stanno scoprendo la filosofia di Elio, adottandone le idee, i principi ed il linguaggio.

Sossio Mosca Visual Art

Genova, 13 marzo 2018

Mondo Mimetico

Act Your Life

 

La nascita della tragedia viene fatta risalire intorno al 600 a.C. nell’Atene di Pisistrato. La tragedia in quanto imitazione (‘mimesis’) della realtà, suscitava un walzer di intense emozioni nel pubblico come se i sentimenti e le vicissitudini messe in scena dagli attori fossero realmente vissute in prima persona dagli spettatori. Nella tragedia greca il ‘mythos’, ovvero la parola, si fondeva con l’azione, e si basava su vicende che generavano un forte coinvolgimento emotivo nello spettatore, a tal punto che si riteneva che ne favorisse la purificazione. Attraverso la sublimazione dei sentimenti suscitati di paura e pietà, emozioni tragiche per eccellenza, insieme alle altre sfumature emozionali, dal terrore all’odio, dal sentimento di onore al sacrificio, dal rispetto alla devozione, ne scalfiva e forgiava così l’animo. Nello svolgere tale funzione catartica gli spettacoli erano gratuiti, interamente finanziati dallo stato, e coinvolgevano ogni cittadino, indistintamente dalle differenze socio-culturali, assumendo in questo modo un ruolo educativo fondamentale all’interno della cultura greca, per l’esaltazione nell’uomo dei più alti valori umani, civili ed individuali.

L’attore greco era in grado di cambiare voce con la stessa rapidità con cui cambiava maschera, passando da giovane a vecchio, da uomo a donna, doveva saper cantare, recitare, essere agile e forte fisicamente ma anche leggiadro e armonioso nella danza. La tragedia era un inganno dove attore e spettatore diventavano quasi un corpo unico, una sola cosa, dove chi ingannava era tanto importante quando chi veniva ingannato. Il gioco stava proprio nel realismo di questo doppio ruolo, nella dualità tra attore e spettatore, osservatore e osservato, ingannatore e ingannato.

La maschera aveva un ruolo fondamentale per la riuscita di questo gioco delle parti, e nello stesso termine ‘prosopon’, con cui era chiamata, era racchiuso il doppio significato che legava l’attore che la indossava al personaggio che doveva rappresentare, incarnandone perfettamente la parte emozionale che avrebbe trasmesso allo spettatore, rendendolo così completamente coinvolto nel dolore, nella paura, o qualsivoglia impulso emotivo messo in scena e coinvolgendolo a tal punto da renderlo così un tutt’uno con lo spettacolo. La stessa etimologia della parola italiana ‘persona’ deriva proprio da questa funzione della maschera nella tragedia greca.

La scorsa estate passeggiavo lungo le mura del teatro antico di Taormina, scorci mozzafiato danzavano nel gioco degli archi e distraevano lo sguardo verso il blu lontano del mare, mentre mi sentivo come rapito dall’immagine di quelle grandiose messe in scena come se fossero oggi. Solo un mese prima in quello scenario maestoso, da 24 secoli sospeso nel tempo tra cielo, terra e mare, il premier Gentiloni faceva gli onori di casa accogliendo i grandi della terra, e prendeva così il via il 43° vertice del G7, il gruppo delle sette sorelle, le maggiori economie avanzate della terra. Quasi come uno scherzo del destino, volutamente atto a ricordare il teatro dell’avvenimento, il gioco di ruolo delle parti, il balletto di incontri, cene e discussioni sugli argomenti di più grande interesse macroeconomico e socio-politico attuale.

Ci lamentiamo del riscaldamento globale, delle guerre, della povertà, della disonestà o dell’incapacità dei presidenti, dei governi, dei politici ed economisti. Viviamo in un coinvolgimento quasi viscerale la separazione da noi stessi, il senso accusatorio della mancanza di responsabilità individuale. Siamo i primi a puntare il dito verso il mondo, rivelandone tutte le imperfezioni senza mai nemmeno per un attimo cercare di pensare a noi, alla nostra impreparazione, all’inganno della nostra ‘tragica’ essenza di spettatori dello spettacolo più antico e moderno, il nostro meraviglioso e contradditorio mondo, lo show della vita, mimetica realtà che nasce a nostra immagine e somiglianza, che si trasforma e prende la forma delle nostre paure, la nostra avidità, l’odio e il rancore che ci portiamo inconsapevolmente dentro. Oggi, esattamente come più di duemila anni fa, su quello stesso palcoscenico, come se il tempo si fosse fermato, ha luogo la nostra più grande tragedia, come se da allora stessimo vivendo l’attimo eterno dell’incomprensione, auto-ingannandoci, non rendendoci conto che quegli ‘attori’ in realtà siamo noi, e quelle emozioni che tanto ci coinvolgono e sconvolgono sono solo un inganno, un tragico fraintendimento, fanno parte dello spettacolo, e rappresentano unicamente la mera imitazione di qualcosa di più profondo, reale e intimamente radicato nelle nostre anime, specchio del nostro pensiero conflittuale e della nostra divisione interiore. Noi e il mondo rappresentiamo in questo modo le due facce di un’unica moneta di scambio, dove il tempo è l’inganno che subiamo, mentre una dolorosa glaciale consapevolezza diventa il duro prezzo da pagare per esserne finalmente liberati. Esattamente come nella tragedia greca si propone lo stretto legame tra palco e spalti, la dualità attore-spettatore, così nell’assenza di tempo diventiamo un tutt’uno con la realtà che ci circonda: il tempo rappresenta un inganno talmente ben riuscito da assumere, a nostra insaputa, un ruolo fondamentale nella nostra cultura, tanto quanto la tragedia nella cultura greca.

I film dei nostri giorni, al pari dell’antenata ellenica, coinvolgono, emozionano, istruiscono, trasportando lo spettatore in mondi lontani, facendogli vivere vite diverse, emozioni diverse, realtà anche apparentemente distanti dalla propria, ma talmente coinvolgenti da fargli dimenticare tutto il resto e immergerlo in un’altalena di accadimenti sospesi a metà tra pura finzione e realismo accecante, senza nemmeno lasciargli il tempo di rendersi conto che al centro di tutto c’è proprio egli stesso e che quello che sta vivendo e percependo è realmente parte di se stesso.

Tragedia, teatro e film rappresentano mezzi affini per risvegliare la consapevolezza del nostro ruolo nel mondo, la nostra centralità, il nostro esserne insieme creatori, attori e spettatori. Si può dire che la vita stessa sia un film, il nostro unico e reale spettacolo. Impariamo a viverla come dei divi, sveliamone una volta per tutte l’imbroglio e rendiamoci conto che siamo noi gli unici attori protagonisti, le star indiscusse, e nessun altro. Gli altri, le nostre compagne, i compagni, le mogli, i mariti, gli amici, i genitori, i figli, i parenti, i nostri presidenti, capi, dipendenti, sono tutti personaggi del nostro film che senza di noi non hanno più alcun ruolo definito, non possono nemmeno esistere, perfino gli sconosciuti, comparse che entrano e escono dal nostro show senza che nemmeno ne siamo consapevoli, fanno anch’essi tutti parte del mondo che proiettiamo in questo preciso istante. Restiamo centrati, concentrati, consci di questo nostro ruolo principe ed artefice della realtà che ci circonda, della totalità della nostra presenza sul palco, perché il palco sono le nostre case, i nostri uffici, il mondo, la natura, i nostri corpi: il palco è la vita stessa, il palco siamo noi!

Impariamo a recitare perfettamente il nostro ruolo in questo fantastico show, impariamo dai nostri antenati greci a modulare il tono della voce, ad essere leggeri come ballerini e forti come guerrieri, a cambiare personaggio con raffinata attenzione e destrezza, con la scioltezza e la rapidità di un consumato attore di teatro. Impariamo ad usare le espressioni del volto per comunicare sentimenti opposti in opposti frangenti. Impariamo a giocare con le nostre emozioni ed usare le parole giuste nel giusto contesto, ad indossare qualsiasi maschera la vita ci stimoli a vestire, ed intraprendere qualunque sfida si proponga a noi con la stessa risoluzione e capacità di adattamento di un attore tragico, per diventare così un’irripetibile unicum, un indissolubile legame di chimica armonia con il nostro meraviglioso mondo, costituito da un’infinita varietà di gradazioni di colore, perfetta sintesi e connubio tra pensiero e azione, materialità e immaterialità. Impariamo ad amarlo nei suoi più sottili dettagli, perché ogni persona è parte di noi e ciascuna cosa fa parte del palco in cui stiamo recitando la nostra parte. Manteniamo la consapevolezza del teatro dei nostri comportamenti, la nostra totale indipendenza da qualsiasi idea, situazione, evento, persona, consci del fatto che anche il più terribile accadimento succede perché lo abbiamo prima voluto noi nell’invisibile del nostro mondo interiore. Restiamo integri, prendiamoci gioco di noi stessi e divertiamoci nell’osservare tutto quello che ci accade, bello o brutto che sia, piacevole o spiacevole: lo show deve andare avanti! Siamo noi a proiettarne la pellicola, lo spettacolo non può finire fintanto che esistiamo noi, e allora godiamocene la visione in ogni suo più impercettibile frame proprio come faremmo se stessimo guardando un film da oscar o fossimo spettatori di una monumentale rappresentazione teatrale senza tempo.

E’ finita la tempesta del nostro vagare soli e divisi, confusi e accusatori, è cessata la pioggia e lentamente sta tornando il sereno, mentre tra le nuvole e il vapore acqueo dell’inconsapevolezza si materializza a sorpresa l’arcobaleno di un ‘mondo mimetico’, il nostro mondo, specchio camaleontico dell’intimo del nostro essere, che fiorisce insieme a un uomo nuovo, tragica vecchia stella del teatro, grande artista, acrobata del tempo, vero e unico protagonista del film, genio eclettico, visionario, insieme attore, regista e interprete, cosciente che ogni sua messa in scena, ogni attimo della sua vita, ogni gesto, espressione, emozione del suo ‘cinema’ rappresenta una semplice sfumatura dell’iride del suo ‘occhio’ creativo.

Andrea Franzi

 

 

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