La Scuola

Lettera aperta al ministro dell’Istruzione Università e Ricerca


All’attenzione dell’On. Marco Bussetti

Da vent’anni il tasso di disoccupazione in Italia continua a crescere relegandoci all’ultimo posto in Europa. L’economia italiana manca di robustness and vitality e l’Ocse bacchetta il sistema universitario italiano.

L’Italia non è un Paese per giovani (laureati):a 30 anni infatti, 4 su 10 sono senza lavoro o sottoccupati. E’ quanto risulta dai dati dell’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro secondo il quale nel 2017 degli oltre 1,7 milioni di trentenni con la laurea, il 19,5% (344.000) è privo di occupazione, e un ulteriore 19% (circa 336.000) opera in posizioni professionali che non richiedono laurea.

http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2018/09/22/a-30-anni-4-laureati-su-10-senza-lavoro-o-sottoccupati_f952f9e5-397f-4cda-b791-1e64264274b1.html

Una Repubblica fondata sul Lavoro?

L’Italia è la maglia nera d’Europa per il tasso di disoccupazione intellettuale e per il numero di anni che intercorrono tra la fine dell’Università e l’inserimento nel mondo del lavoro. Preparare la classe dirigente più provinciale e i laureati più vecchi d’Europa, che arrivano sul mercato del lavoro avviliti e con sei anni di ritardo sui partner europei, è il suicidio morale ed economico di un’intera nazione. Se un’intelligence nemica avesse voluto danneggiare il nostro Paese avrebbe dovuto inventare il nostro sistema universitario.

Per i milioni di disoccupati italiani, l’enunciazione solenne che apre la nostra Costituzione può suonare quanto meno ironica. Per una Repubblica ‘fondata sul lavoro’ registrare il tasso di disoccupazione più alto tra i paesi dell’Ocse, i più industrializzati del mondo, risultare ultima tra tutti i partner europei, è talmente paradossale da poter sensatamente esigere una modifica dell’art. 1 dell’atto di nascita della nostra Repubblica.

Raramente nella storia un diritto così solennemente sancito e posto a fondamento di un’intera nazione è stato così profondamente e così a lungo disatteso, negletto, tradito.

I giovani in Italia arrivano alla laurea non solo sei anni dopo i colleghi europei, ma impreparati, obsoleti, tagliati fuori dal mercato internazionale del lavoro e con gravi difficoltà ad inserirsi in quello domestico. In un job market ormai senza frontiere dove le imprese, sempre più, valutano le competenze più che le conoscenze formali, la disoccupazione intellettuale giovanile italiana ha una sola causa: l’impreparazione. Indichiamo come maggior responsabile di questa sciagura nazionale, il sistema di educazione superiore, la formazione universitaria di questo Paese.

‘Italia investe solo il 4% del Pil in istruzione, fanalino di coda a livello europeo (poco più della metà di quanto fanno Danimarca 7%, Svezia 6,5% e Belgio 6,4%); ma per combattere la dispersione scolastica e la povertà educativa non basta investire di più nell’istruzione. (Huffingtong post 18 settembre 2018)

Per laurearsi gli studenti in Italia devono studiare per un decennio in un sistema affollato, burocratico, senza risorse, inoltre l’Italia è il paese con i laureati più vecchi del mondo, dove la percentuale dei docenti con meno di 40 anni è solo del 10%, è infatti il paese con gli insegnanti “più vecchi” d’Europa (rapporto Eurydice istituto italiano per la ricerca scolastica).

Demotivazione e stanchezza sono le caratteristiche generali dei professori che ogni giorno sono in contatto con i giovani ed è immediato il pensiero al feroce sarcasmo di Plutarco che nel suo libriccino “Come educare i figli” accusa i suoi concittadini di affidare i figli a quelli che meno sono utili, in casa e nei campi. D’altra parte è noto l’aforisma di marca britannica: who knows does, who doesn’t know teaches.

I laureati più vecchi del mondo

Il dato ufficiale che ventinove anni è in Italia l’età media del primo appuntamento con il lavoro. I nostri dottori arrivano (quando arrivano: perché tra gli altri, abbiamo anche il primato degli abbandoni) ma sei anni più tardi dei loro colleghi europei. Partono alla stessa età ma la loro corsa è lunga mediamente 7,9 anni. A questi bisogna aggiungerne due o tre per trovare un lavoro. I nostri laureati non hanno coetanei. Con i loro 27,4 anni sono i nonni del sistema universitario occidentale. Con ogni probabilità è un primato mondiale. Di certo, nel club planetario dei paesi più industrializzati del mondo, come appare dalle statistiche ufficiali della Ocse, non c’è nessun altro che possa vantare un “tempo di lavorazione” di tale lunghezza.

Ci chiediamo: se allo Stato è stata tolta la patente per la guida di aerei e treni e neppure gli facciamo consegnare più la posta, perché dovremmo affidargli la nostra risorsa più preziosa? Fino a quando potremo sopportare di trasformare i nostri figli nei giovani più vecchi e più disoccupati d’Europa?

Il modello di un’università-impresa

L’Università è un’industria e gli studenti i suoi prodotti. L’Italia impiega sei anni in più della media di tutti i partner europei ad arrivare sul mercato e tre anni per trovare un acquirente. Quando poi il ‘prodotto’ viene testato si scopre che bisogna ancora lavorarci altri due anni per vederlo funzionare. Se l’Università fosse un’industria automobilistica, di elettrodomestici, della moda, dello sport, della comunicazione, e non fosse gestita dallo Stato (o sovvenzionata dallo Stato, nel caso delle cosiddette ‘private’) sarebbe fallita da un pezzo. Se le università in Italia dovessero camminare con le loro gambe, offrendo i loro servizi ad acquirenti-studenti disposti a comprarli, non ne resterebbe in piedi una, né pubblica né privata.

Quanto costa al contribuente italiano un laureato presso una qualsiasi delle nostre università?

Il CNVSU, Comitato Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario ha pubblicato le cifre proprio pochi mesi fà, circa 30.000€ all’anno, considerando stipendi dei docenti, spese dei locali e degli altri servizi offerti dall’Università, sono stati spesi nell’ultimo anno 12,6 miliardi di euro per l’Università: le tasse degli studenti, infatti, coprono una minima parte delle spese gigantesche sostenute dagli atenei, che, anziché diminuire, dal 2006 al 2012 sono raddoppiate. Colpa soprattutto dei corsi universitari che sono passati da 2444 a 5734 in sei anni.

In una visita alla European School of Economics di Roma il Prof. Weber che è stato il presidente della San Diego State University, una delle più prestigiose università pubbliche americane, dichiarò agli studenti e ai rappresentanti della stampa presenti che per ogni dollaro ricevuto dal governo la sua università ne ‘trovava’ altri tre, creando e gestendo attività commerciali e servizi, per sostenersi ai livelli di eccellenza cui è impegnata. Il Prof. Weber, filosofo ma anche manager, stava illustrando il modello di un’università animata da spirito imprenditoriale e capace di ideare, realizzare e gestire iniziative, creatrici di ricchezza per il territorio ed i suoi studenti, oltre che per l’istituzione.  

Cuccioli di trent’anni

Intanto i ragazzi italiani restano confinati in un mercato del lavoro asfittico, il più depresso della UE, tagliati fuori da quello europeo, che ha la vastità e le opportunità di uno spazio economico senza frontiere di circa 400 milioni di abitanti, a non voler considerare che il mercato del lavoro è ormai globale e le opportunità si presentano e vanno colte in tutto il mondo. L’università italiana, non porta i suoi libri in tribunale per il semplice motivo che ritiene di non aver bisogno di confrontarsi col mercato, ii suoi prodotti restano invenduti per anni e devono intervenire gli ammortizzatori sociali e la pazienza delle famiglie italiane che, sopportano di mantenere a casa ”cuccioli” di trent’anni e più. La nostra Università, non competendo con i suoi prodotti sui mercati europei e del mondo, non riceve (ma fino a quando?) una diretta e lucida visione del proprio stato, della propria inaccettabile inadeguatezza.

Un Miracolo Italiano

In Italia, la ESE accetta 300 nuovi studenti ogni anno, sia ai corsi di Laurea che ai corsi Master e di specializzazione. ‘Visiting students’, provenienti da oltre sessanta nazioni diverse, grazie ai corsi di studio esclusivamente in lingua inglese, vengono accolti nei tre centri di Milano, Roma e Firenze. Oppure nei centri internazionali di Londra, New York, e Madrid.

Per la prima volta è stato realizzato il sogno di una università intercontinentale con una formazione globale dove gli studenti possono muoversi liberamente. Un ‘campus’ con aule in tre nazioni ed i cui corridoi attraversano l’oceano abbracciando razze, religioni e culture diverse. Si tratta di un mix unico che ha gli ingredienti del futuro: la bellezza, la cultura classica e la ricerca della verità innata nelle radici della nostra civiltà italiana, il rigore accademico britannico e infine pragmatismo americano. Questi sono i nuovi capisaldi di un modello educativo che solo una visione di lungo respiro e senza confini poteva concepire e realizzare. Tre anni di studio in Italia, due lingue straniere obbligatorie, un anno di specializzazione in uno dei più moderni settori dell’economia e della comunicazione, dalla finanza internazionale allo sport, dalla moda alla gestione dei musei e della cultura e, infine, un programma di stage che prevede tre esperienze di lavoro in alcune delle oltre mille grandi aziende italiane e internazionali, per un totale di 9 mesi in tre anni, sono gli elementi insostituibili che compongono la preparazione complessiva di un laureato ESE.

In un Paese come l’italia, dove laurearsi e trovare lavoro è più difficile che in ogni altro paese d’Europa e prende più anni che in ogni altro dei trenta paesi dell’OCSE quello che ha fatto la ESE è poco meno di un miracolo, un miracolo italiano e dimostra che la disoccupazione non esiste. Occorre realizzare che l’educazione di massa non è educazione, se è educazione non è di massa. Occorre mettere l’individuo e la realizzazione del suo sogno al centro di ogni attività e in cima ad ogni priorità.

Preparare gli imprenditori, non solo gli impiegati

“Il Lavoro all’inizio del terzo millennio: innovazione economica e sviluppo sociale”.

Il lavoro intellettuale giovanile, in particolare quello dei laureati e la qualità della preparazione oggi prodotta dal sistema universitario italiano va valutata alla luce dei profondi mutamenti, avvenuti nel sistema economico mondiale e nel mercato del lavoro internazionale. Quando si parla di lavoro, come per un riflesso psicologico condizionato, il pensiero corre al lavoro dipendente. E anche se, i percettori di reddito da lavoro indipendente, o self-employee, nei paesi più avanzati già rappresentano la maggioranza della popolazione attiva, continuiamo a considerare quello subordinato, il lavoro per antonomasia. E’ così che dietro ogni momento di analisi, dietro ogni riflessione su questo tema, si avverte il persistere di un’estesa preoccupazione per il crescente aumento della disoccupazione. Parliamo continuamente della necessità di creare posti di lavoro ma dimentichiamo che non ci si può aggrappare alla ricchezza degli altri, bisogna produrla.

La domanda di internazionalità

Dalle aziende da anni arriva una richiesta incessante di una formazione più internazionale e concreta, che prepari i giovani al mondo del lavoro e dell’imprenditorialità. Ma l’Università italiana, sia pubblica che privata, resta assurdamente regionale, provinciale, sorda alle esigenze nate dalla nuova economia e dall’abbattimento delle frontiere. Una volta il mercato dell’università aveva un unico grande cliente: lo stato, che assorbiva la maggior parte dei laureati, nell’amministrazione, nell’educazione, nelle imprese di Stato, dai trasporti aerei al panettone. Oggi che il settore pubblico assorbe una percentuale inferiore al 4% dei laureati, sarebbe logico a questo punto cambiare strategia. Ma il sistema universitario italiano, tirannicamente limitato dalla sua rigida organizzazione é pressoché immobile. Un’economia come quella veneta, che esporta più della Grecia e del Portogallo messi insieme, dove va a cercare i suoi dirigenti per competere con le imprese di tutto il mondo? Dove Diesel, che ha insegnato agli americani come si fanno i Jeans, trova i suoi manager?

Dove sono i leader d’impresa capaci di affrontare le sfide che ci sono davanti? A un mercato del lavoro che ha fame e sete di laureati giovani, con una preparazione internazionale ed esperienze di lavoro, insomma, di un prodotto “chiavi-in-mano”, vengono offerti giovani-vecchi impreparati.

L’Italia e il ‘Family Business’

Due terzi delle imprese italiane sono imprese familiari. Ma della preparazione di imprenditori e manager per queste imprese l’università italiana non se ne occupa. Ancora la vecchia facoltà di economia crede si possa, a tempo perso, fare anche da business school e nutre la pia illusione che insieme a chi pensa all’impiego pubblico o al posto fisso possa insegnare marketing, finanza e management a futuri imprenditori e preparare leader d’impresa nei settori avanzati della nuova economia. C’è un’ombra che incombe sul proteiforme e vasto universo del family business: il passaggio generazionale. “Per comprendere la rilevanza economico-sociale di questo fenomeno e l’importanza basti pensare che l’operazione di “cambio della guardia” interessa ogni anno 66.000 imprenditori per lo più ‘over 60’ e altrettante imprese che danno lavoro a oltre 220.000 dipendenti coinvolti nel passaggio del testimone da padre a figlio. Due su tre di queste imprese falliscono nel periodo di passaggio tra la prima e la seconda generazione e l’80% delle aziende a conduzione o controllo familiare scompaiono entro la terza generazione”.

Questi dati sembrano quelli di un bollettino di guerra più che le statistiche di un fisiologico processo di ricambio al timone dell’impresa. C’è qualcosa che non va.

L’Economia italiana manca di vitalità e perde terreno nella Ue

Occorre dire che il problema generazionale e le difficoltà di assicurare continuità nei processi di ricambio nelle imprese familiari si sono aggravati negli ultimi anni per effetto di una maggiore problematicità nel generale quadro economico entro il quale oggi si muovono.

Da anni l’economia italiana manca di robustezza e di vitalità. Sta perdendo terreno nella competizione economica internazionale. In particolare è debole la sua posizione nell’area dell’alta tecnologia, dai computer e dalla comunicazione fino alla biotecnologia. E’ rilevabile una generale incapacità del sistema-paese a rispondere ai cambiamenti con la rapidità necessaria.

Il sistema sociale italiano rallenta e impedisce l’azione facendo perdere al paese le rilevanti opportunità create finora e la morte di 20.000 imprese familiari ogni anno è un riflesso della scarsità degli investimenti, dell’arretratezza del sistema educativo e universitario in particolare, di un paese che sembra incapace di generare il fattore produttivo più importante, la materia prima del business: il capitale umano.

La fine della formazione di massa

Con l’università’ ridotta in queste condizioni e’ preferibile inserire i ragazzi subito in azienda, come fa il Nord-Est del Paese. Meglio per loro essere “on the field”, respirare il clima organizzativo, l’aria del mercato, il contatto con gli stakeholders dell’impresa familiare piuttosto che farsi imbottire la testa per sette o otto anni di nozioni obsolete da parte di docenti senz’anima. La disoccupazione non è il problema, è solo l’effetto di un problema. Occorrono scuole e università che insegnino che il “sogno” è la cosa più reale che ci sia; che dietro tutto quello che vediamo e tocchiamo, dietro i grattacieli della finanza, le piramidi dell’industria, dietro ogni raggiungimento della civiltà, c’è sempre il sogno di un uomo, di un individuo, di un visionario luminoso.

L’alta mortalità delle imprese nel passaggio generazionale è dovuto all’incapacità di trasferire alla nuova generazione il ‘sogno’ imprenditoriale, l’idea luminosa che ha fatto nascere l’impresa, quel colpo di diapason che ancora risuona e fa vibrare ogni cellula dell’organizzazione.

L’educazione di massa, le università/alveare non possono preparare leader d’impresa né accoglierli. Occorrono università organizzate in piccoli atenei, scuole attente all’individuo che mettano la realizzazione del suo sogno al centro di ogni loro attività e in cima ad ogni priorità. Una vera scuola dovrebbe ispirare i giovani a non barattare la loro unicità, a non dimenticare la loro originalità. “Fai solo ciò che ami”. Ma dalle elementari all’università, ormai tutte le scuole sono diventate fabbriche di infelici, scuole di fachiraggio che insegnano a sopportare la dolorosità del dipendere e la sofferenza di fare ciò che non si ama.

Educare imprenditori è un’attività sovversiva

Per chi poi dovrà essere il continuatore delle fortune familiari, e portare avanti il ‘sogno’ imprenditoriale, occorre rafforzare le qualità della leadership, il coraggio, la sincerità, l’indipendenza del pensare, l’amore per l’impresa, per i propri uomini. Occorre sviluppare in lui un sesto senso: l’intuito, ed un settimo senso: il ‘sogno’.

L’imprenditore sa che il successo è sempre una rivoluzione. Per questo fondamentalmente è un ribelle capace di mettere in gioco reputazione e mezzi per modificare la realtà, per rompere schemi ed equilibri preesistenti e crearne altri più vantaggiosi... Mettere insieme altri uomini, prendersene la responsabilità, trasmettere loro entusiasmo, contagiarli con il proprio sogno, possono chiamarsi caratteristiche imprenditoriali… esse sono in realtà qualità dell’essere… per accedere ai gradini più alti nella scala della responsabilità umana.

Un imprenditore, dietro l’apparente ricerca di un tornaconto, di un profitto; più profondamente di quanto lui stesso possa sapere, è al servizio di un progetto; è già un uomo che fa per altri uomini; sa che il loro miglioramento è il suo successo. La sua vita è dedicata. Non ha scelta. Come il capitano di un antico veliero, egli sa che dovrà tornare con la nave o affondare con essa”. Sa che solo il ‘sogno’ può farci liberi, sconfiggere in noi ogni limite. Solo il ‘sogno’ può trasformare la povertà in prosperità, le difficoltà in intelligenza, la paura in amore.

Una Repubblica democratica fondata sul ‘sogno’

Ritornando al testo della nostra Costituzione con il quale siamo partiti, ed alla necessità di modificarlo, avanziamo la proposta che in luogo di “fondata sul Lavoro”, la nostra Repubblica si dichiari fondata sul ‘sogno’. Con l’inserimento del ‘sogno’ nell’atto di nascita della Repubblica, introdurremmo nel DNA nazionale un frammento di eternità. Come accadde nel 1776 quando un gruppo di uomini illuminati da un “entusiasmo” filosofico e civile, e tra questi il nostro Filangieri, nel redigere la Carta dei Diritti dell’Uomo, atto di nascita degli Stati Uniti d’America, concepì un diritto mai affermato prima: il diritto alla felicità.

Il mercato del lavoro italiano: globalizzazione, creazione di lavoro e flessibilità. Su tali temi, l’opinione pubblica ha manifestato un crescente interesse, dovuto in parte al teso clima politico. Si tratta di un tasto delicato per il nostro paese, un argomento sempre all’ordine del giorno, e ancora oggi, capace di scatenare conflitti a livello sociale tra partiti e sindacati, opinione pubblica e governo. L’economia del lavoro è uno tra gli argomenti più affascinanti dell’area economica, perché mette in risalto le scelte dei singoli individui a livello sociale, studia implicitamente il bisogno di considerazione e le speranze di ogni individuo che viene a contatto con il mondo del lavoro e le relazioni sociali che all’interno di tale mondo vengono stabilite. E’ la scienza che spiega il contributo fornito dagli individui al miglioramento e cambiamento della società in cui viviamo. Si basa sulle attività, sugli interessi, sulle passioni manifestate da milioni di uomini e donne, che con le loro scelte sul campo del lavoro, possono rendere migliore, o peggiore, la società e allo stesso tempo, l’economia del lavoro, studia quale cambiamento avviene, una volta entrati in tale mondo, in ognuno di noi.

Il “caso italiano”

Sono tre i punti dolenti della nostra economia: alto tasso di disoccupazione, crescita troppo lenta di nuovi posti di lavoro, debolezza competitiva del nostro export nei settori ad alta tecnologia: computer, information tech, biotecnologie.

Questi non sono i mali dell’economia italiana, sono soltanto i sintomi di mali più antichi e profondi, annidati nel sistema economico e, ancor più, nella mentalità dell’individuo.

Accanto alla “rigidità del mercato del lavoro” vi è l’anacronismo del nostro sistema universitario ed in generale nella condizione di arretratezza in Italia della formazione del capitale umano, l’altro grande imputato della nostra cattiva performance.

L’Età della distruzione creativa

La caratteristica dominante, e uno dei sintomi più allarmanti, del nostro sistema economico è la sua rigidità, la sua incapacità a rispondere ai cambiamenti cui costantemente lo sollecita ‘l’età della distruzione creativa’.  Viviamo in un’epoca in cui il nuovo ordine nasce e si sviluppa dal vecchio distruggendo modi obsoleti di produrre e commerciare. E’ un’epoca in cui i rischi sono maggiori ma anche le opportunità e i possibili ritorni sono in proporzione.

Lo stato sociale così come è stato concepito in Europa e massimamente in Italia, non si adatta al mondo della moderna economia perché assicurazioni sociali e leggi troppo protettive contro i licenziamenti scoraggiano uno spirito di maggior intraprendenza,  la capacità di assumersi dei rischi e di adattarsi con efficienza e rapidità ai cambiamenti. E’ un dato di fatto che in molti welfare states del mondo ogni tentativo di riforma è fallito addirittura producendo ancora più disoccupazione. Quello che una volta, in un ambiente economico prevedibile, a tecnologia stabile, avrebbe funzionato, nell’economia mondiale moderna non riesce neppure a scalfire la rigidità del sistema.

La rigidità del mercato del lavoro

La contrattazione nazionale, la politica salariale e la mentalità statale, il concetto dell’inamovibilità, del posto fisso e del lavoro assicurato a vita, ha ingessato il Paese fino a renderlo uno dei meno flessibili al mondo per quanto riguarda il mercato del lavoro.

Anche il Fondo Monetario nel suo rapporto sull’Italia raccomanda di differenziare i salari tra il Nord, che ha zone di pieno impiego, e il Sud, dove permangono aree con percentuali di senza lavoro tra le più alte d’Europa.

La causa di questa inefficienza è un monopolio sindacale centralizzato che ignora le diversità regionali e che impedisce ai salari di adattarsi alle realtà economiche locali. Il sindacato usa il suo potere per assicurare privilegi e protezione a una limitata enclave di lavoratori e lascia fuori un vasto gruppo di lavoratori marginali, senza qualifiche e scarsamente protetto.   Questo sistema a due velocità, che applica la giustizia sociale solo a una parte e non all’intera società, rende rigide le imprese e impedisce una risposta flessibile ai cambiamenti del mercato e della tecnologia.

 

l’italia presenta inoltre un ‘unfriendly environment’ costituito dalla burocrazia statale che, comparata con gli USA obbliga per la costituzione di un’azienda nove procedure invece di quattro ed ha bisogno di 121 giorni invece che 7. L’intera operazione costa infine circa dieci volte di più che negli States. Il paradosso italiano è che il nostro Paese ha gli individui più flessibili che operano in uno dei sistemi più rigidi. L’eccessiva burocratizzazione è uno dei suoi misteri. A chi giova? Perché il Paese non se ne libera? Difendere il lavoro di poche migliaia di burocrati non può essere una risposta quando si pensa all’immensità del danno prodotto da un ‘unfriendly environment’.

Il Capitale Umano

Ma il problema più grave per spiegare la vastità del fenomeno della disoccupazione, soprattutto intellettuale e giovanile in Italia, è la scarsa comprensione del valore, dell’importanza del capitale umano, del suo sviluppo, come il maggiore ingrediente nella crescita economica, nella creazione di posti di lavoro e nella riduzione delle sperequazioni sociali. Il commercio internazionale che è il vero motore dell’economia italiana resta confinato ai settori industriali a bassa tecnologia senza alcuna possibilità di entrare e competere nelle fasce tecnologiche avanzate dei computer, dell’information technology e della biotecnologia.

L’intensità tecnologica delle esportazioni italiane è bassa.

Un altro sintomo allarmante, un bip tra i più inquietanti per il futuro della nostra economia è la scarsità di investimenti esteri in Italia, the foreign, direct, investment share.

Tutto questo aggiunto alla rigidità del sistema salariale, ad un potere sindacale guidato dalla politica più che da considerazioni economiche ed occupazionali, all’alto livello di tassazione, ad un sistema educativo che scoraggia la formazione di abilità pratiche e all’incapacità del sistema universitario di produrre studenti nella quantità e nella qualità necessaria, di sviluppare utili sinergie e mettersi al servizio del sistema produttivo e delle imprese, non lascia spazio per previsioni ottimistiche sul futuro della nostra economia.

Due consigli al Presidente Conte

Quale potrebbe essere il consiglio da dare al Presidente Conte? Da dove dovrebbe cominciare, in una situazione così compromessa e così complessa?

Due tra le più importanti azioni da intraprendere, la prima è guadagnare flessibilità, il maggiore imputato della disoccupazione italiana è la rigidità del mercato del lavoro.

Guadagnare flessibilità significa anche abbandonare una mentalità statale, il peso di una eccessiva burocratizzazione. Il secondo intervento è affondare il bisturi nel sistema universitario e della educazione superiore.

Apparentemente una famiglia italiana può scegliere tra oltre sessanta atenei distribuiti su tutto il territorio nazionale. In realtà le università e le loro facoltà sono tutte uguali in tutte le province italiane.

Ben vengano quindi nuove università capaci di allargare l’offerta educativa globale e diversificare il panorama accademico attraverso una pluralità di sistemi, modelli, proposte formative fondate su formule e pedagogie alternative. La European School of Economics è esemplare per la qualità dei giovani laureati e per aver investito sul futuro, creando una nuova generazione di economisti d’impresa e di professionisti della comunicazione di statura internazionale che sono esattamente la classe manageriale e imprenditoriale di cui l’economia italiana e il suo commercio internazionale hanno più bisogno.

L’Università del futuro

La ESE preannuncia l’avvento dei piccoli atenei. “Le sfide che le Università hanno davanti si vinceranno con piccoli Atenei, dovranno avere dimensioni che consentano di contattare tutti i loro studenti, di conoscere le loro aspirazioni, il loro “sogno”, di farne emergere la loro bellezza e la loro unicità.

Com’è accaduto ad altre gloriose istituzioni, sopraffatte dai tempi nuovi e dal loro stesso immobilismo, anche le facoltà di economia si stanno avviando a un irrimediabile tramonto soppiantate da Business School moderne, pragmatiche, internazionali, è di queste ore il riconoscimento alla European School of Economics (ESE) per aver vinto quest’anno il primo premio della migliore Business School privata in UK organizzato dal Global Brands Magazine

https://www.globalbrandsmagazine.com/award-winners-2018/

 

A queste scuole sarà affidato il compito vitale di preparare i nuovi leader: uomini visionari, sognatori pragmatici, capaci di vincere le sfide che fronteggiano la nostra civiltà attraverso le qualità dell’essere e lo sviluppo di nuovi sensi: l’intuito, la visione, il ‘sogno’.

 

 

Il Sogno
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L’America non sta più sognando
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Una scuola dell’Essere dedicata ai bambini
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